In questa sezione trovate i collegamenti a varii testi di riflessione su letture di libri fatte da alcuni amici della biblioteca.

 

Gli anni del nostro incanto

"Metti fede,
e la tua vita
avrà un sapore nuovo.
Metti speranza,
e il tuo orizzonte
sarà più luminoso.
Metti amore,
e la tua esistenza
sarà come una casa costruita sulla roccia." (Papa Francesco)

"Cari giovani, io ho fiducia nella vostra partecipazione. La nostra Costituzione contiene i valori, i principi e le regole del nostro vivere civile. La pace, la libertà, la democrazia, i diritti vanno vissuti e difesi.
Siate protagonisti della vita democratica." (Il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella)

Sono questi alcuni dei messaggi augurali che la prof.ssa Teresa Legrottaglie ha  consegnato ai neoeletti della Consulta dei Giovani  dell Forum della Società civile, anche a nome degli Amici della Biblioteca Diocesana "Raffaele Ferrigno" di Ostuni, durante l'incontro culturale, in cui la Prof.ssa Marilena Bovenzi, in dialogo con la Dott.ssa Grazia Greco, "ha raccontato"  la lettura del Libro di Giuseppe Lupo " Gli anni del nostro incanto."
Con i messaggi  è stato consegnato ai giovani intervenuti, un piccolo dono, una penna, con l'augurio che essi possano scrivere, negli anni del loro mandato e anche  oltre, una pagina nuova e bella, della vita della nostra Città.
Entusiasta è stata la risposta di Gaetano Petraroli e di Andrea Perrino. Grande il loro desiderio di partecipare  e di far partecipare tutti i Giovani alla vita della Città, presentando i loro sogni, i problemi e i progetti,  affinchè gli Amministratori possano accogliere  le loro proposte e dare risposte adeguate alle loro situazioni di vita.
Durante l'incontro sono stati consegnati anche gli Attestati agli studenti dell'I.I.S.S. Pantanelli-Monnet che insieme alla Prof.ssa Rosanna Trinchera, hanno scelto di partecipare agli incontri culturali che gli Amici della Biblioteca Diocesana propongono. Con loro partecipano anche alcunil Studenti dell'I.I.S.S. "Carnaro" di Brindisi  che vivono nella nostra Città.  Un Attestato che vuole esprimere grande apprezzamento e simpatia per l'impegno profuso, per una visione di Scuola aperta al Territorio, insieme al  progetto che mira a  stabilire relazioni positive e costruttive  tra giovani e adulti.
Siamo convinti infatti, che insieme si cresce meglio e si costruisce una Società più umana, più responsabile, più solidale.
                                                                                                      Teresa Legrottaglie

Durante gli incontri organizzati dagli Amici della Biblioteca Diocesana "Raffaele Ferrigno" di Ostuni "Raccontiamoci le nostre letture", presentiamo il libro "Gli anni del nostro incanto" di Giuseppe Lupo.
Siamo negli anni '60, caratterizzati dal miracolo economico, quando si crede nel futuro, finchè non soffia il vento della protesta e, all'orizzonte, si addensano le ombre del terrorismo.
L'Autore ci racconta segni, illusioni e conflitti di due generazioni a confronto, quella dei padri venuti dalla povertà e quella dei figli cresciuti nel benessere.
E' un romanzo dalla scrittura poetica,  forte nei sentimenti ed evocativo nello stile.
                                                                                                                           Marilena Bovenzi

 

La Metamorfosi

Nell'itinerario culturale dell'anno, proposto dagli Amici della Biblioteca Diocesana "Raffaele Ferrigno", ampio spazio è dato al piacere della Lettura e quindi al racconto delle Letture presentato dagli Amici. Giovedì 15 febbraio 2018, la Prof.ssa Rosa Zurlo ha raccontato "La Metamorfosi" di Franz Kafka, dialogando con la Prof.ssa Maria Epifani, un dialogo vivace e coinvolgente. Ecco alcuni punti essenziali del loro dire.

"Als Gregor Samsa eines Morgens aus unruhigen Traumen enwachte, fand er sich in seinem Bett zu einem ungeheurem Ungeziefer verwandelt" (Svegliandosi una mattina da sonni agitati, Gregor Samsa si trovò nel suo letto trasformato in un enorme scarafaggio). Comincia così la narrazione del racconto "La Metamorfosi",con una breve frase lapidaria che porta già il lettore a comprendere che la realtà che gli si disvelerà non sarà quella rassicurante di una favola, in quanto registra subito la perdita e l'assenza di elementi positivi e rassicuranti e constata un avvenimento mostruoso, una improvvisa metamorfosi che sconvolge la tranquilla e abitudinaria vita del protagonista e della sua famiglia.

Gregor, un commesso viaggiatore, deve sostenere economicamente per necessità, la sua famiglia, colpita anni prima da un dissesto finanziario. Egli svolge un lavoro che non gli piace, nel quale, tuttavia, si impegna con estrema dedizione. Noniostante il suo corpo sia stato trasformato in quello di un enorme scarafaggio, i suoi pensieri sono ancora quelli di un essere umano, borghese, lavoratore, che si preoccupa di dover assolvereal suo dovere di siostyenere la famiglia.. Anche la famiglia, nonostante le prime reazioni di spavento e di stupore, lo considera ancora come un suo componente. La sorella, in particolare, si preoccupa di nutrirlo e di procurargli un minimo sollievo. La madre è afflitta dal nuovo stato del figlio, ma non riesce ad essergli di nessun conforto e, a causa della sua reazione di spavento, alla vista dell'insetrto, causa uno scontro feroce tra Gregor e il padre.. Man mano che l'esistenza di Gregor nelle sue nuove sembianze, comincia a diventare un problema, la famiglia lo tratta come un ospite indesiderato, un ingombro mortificante e immondo e, al termine del racconto, giunge alla convinzione che sia necessario sbarazzarsi      del Gregor mostro. Compreso ciò, lo stesso Gregor, incapace di lottare e annientato dal dolore della perdita dei suoi affetti, si lascia morire. La morte del figlio-fratello-mostro, apporta una nuova vita a tutti i compionenti della famiglia ed il racconto si cjhiude con la contrapposizione dell'immagine del corpo immobile dello scarafaggio Gregor, maltrattato dalla donna di servizio, all'immagine della florida giovane bellezza delkla sorella, che lascia presagire un futuro positivo e felice.

Il personaggio di Gregor trasformato in scarafaggio, richiama alla mente ciò che Kafka ascriveva all'amico Max Brod, al tempo della redazione dell'Opera.A causa del difficile rapporto con il padre, eglidichiarava di sentirsi un parassita, un brutto, spiorco scarafaggio. In diversi punti del racconto, Kafka riprende le sue riflessioni riguardanti il rapporto con il padre, espresse nello scritto "Brief an den Vater" (Lettera al padre), pubblicato piostumo, che costituisce una lunga autoanalisi del rappiorto conflittuale con il genitore. Si tratta anche di una sorta di riconoscimento della sua incapacità   di assunzione di responsabilità al cospetto della famiglia e della società e, soprattutto nell'ultima parte, del riconoscimento degli effetti prodotti dalla sofferenza data dal rapporto impari con un padre  antagonista, molto forte, perfettamente inquadrato e inserito nel contesto sociale e stabile nel suo ruolo di capofamiglia e di uomo d'affari di successo. Kafka sente la responsabilità della sua inettitudine a vivere, della sua incapacità a corrispondere alle aspettative paterne e sociali e al suo rifiuto di assumere un ruolo ed un'identità preconfezionati, sia nell'ambito della famiglia che in quello del lavoro e della professione religiosa. L'uomo  Franz Kafka somatizza  nella malattia, come lui stesso dichiara,, questa sua difficoltà nel vivere una esistenza normale, contrassegnata da un matrimonio e da un lavoro di prestigio. Si ammala di tubercolosi e ne morrà in giovane età, a soli 41 anni. 

Lo scrittore esprime la difficoltà di assumere una precisa identità nel mondo borghese da cui proviene. Questo suo disagio viene espresso molto concretamente   nelle sue Opere anche mediante scelte stilistiche e linguistiche precise. Nei romanzi "Der ProzoB" (Il processo) e "Das Schlob" (Il castello) ma anche in Amerika, i personaggi sono individuati  non da un nome completo che conferirebbe loro una precisa identità, ma dall'iniziale dello stesso, da una lettera o da un sostantivo che designa il ruolo o la vicenda del personaggio. Lo strumento di un linguaggio preciso, geometrico, essenziale, quasi nello stile di una relazione scientifica, aiuta lo scrittore ad esprimere il senso di una realtà destrutturata che produce una sensazione di incertezza ed instabilità. Anche i luoghi, setting delle vicende delle varie Opere Kafkiane, infatti, non hanno connotazioni e determinazioni concrete, non sono individuabili. La casa, stanza-tana è uno spazio geometrico ridotto ad elementi essenziali.

Il "malessere" Kafkiano non è solo psicanaliticamente ascrivibile al rapporto con il padre, ma esprime  anche la sua sensibilità nel cogliere l'atmosfera, il clima storico contrassegnato da una multiforme crisi storica e sociale. I temi dell' "inetto", del'artista dalla sensibilità non comune, della solitudine e del dolore esistenziale, sono ricorrenti nella Letteratura del "mondo nuovo", della prima parte del ventesimo secolo, che si è lasciata alle spalle un periodo concepito come unitario e positivo e che affronta l'instabilità politica e le mostruosità prodotte dalla guerra.

L'attualità di questo Scrittore è più che mai evidente nel nostro tempo, nel quale la distruzione delle categoria culturali e spirituali degli scorsi decenni e la velocissima evoluzione della tecnica, con notevoli  cambiamenti nello stile di vita, portano spesso ad un senso d'inquietudine e sofferenza, espresse in varie forme, e alla necessità di una ricerca più profonda della nostra identità.

Rosa Zurlo

 

 

L'Arminuta

E' "L'Arminuta" (la ritrovata) la protagonista del Libro raccontato dalla Prof.ssa Bianca Melpignani intervistata dall'Ins. Laura Geri, il 25 gennaio 2018, nell'ambito degli incontri culturali  organizzati dalla Biblioteca Diocesana "Raffaele Ferrigno" di Ostun,.

Il romanzo di Donatella Di Pietrantonio, vincitrice del Premio Campiello 2017, parla di esclusione, solitudine e rinascita, e ben si inserisce nel percorso tracciato dall'Associazione che ha quale tema "Alla ricerca della propria identità per ricostruire la Comunità"

La protagonista, l'arminuta, è una ragazzina tredicenne che perde in un attimo tutto il suo mondo, persone, oggetti, serenità, e torna dai suoi veri genitori che l'avevano data ad altri, ad una famiglia benestante.

Il racconto del libro, che è bello soprattutto per il modo in cui la scrittrice delinea la vita della protagonista, ha permesso a tutto il gruppo di seguire la storia della protagonista che deve accettare la realtà anche quando fa male, che, privata delle proprie radici,si pone alla ricerca di una normalità perduta e dell'identità, che tenta la strada del perdono, che spera sempre e ama fino in fondo la vita. 

Bianca Melpignani

 

Romain Gary: La vita davanti a sé

Il 13 maggio 2015, alle ore 16,30, presso Il Focolare di Ostuni si è tenuto l’ultimo incontro di “Raccontiamoci le nostre letture” programmate per l’anno 2014-2015.

Nell’introduzione, la Prof.ssa Teresa Legrottaglie ha messo in evidenza che oggi come non mai, “tutta la cultura deve essere per tutti”,  a partire da quella che manifesta i bisogni più profondi di ogni persona umana.

Subito dopo la Prof.ssa Marilena Bovenzi ha prima illustrato la poesia “La voce della luce” di un anonimo e poi ha presentato il romanzo “La vita davanti a sé” dello scrittore lituano naturalizzato francese Romain Gary.

La linearità, la semplicità e l’accuratezza con cui la Prof.ssa Bovenzi ha esposto il contenuto del romanzo, ha tenuto la platea in profondo silenzio ed in grande attenzione per tutto il tempo della relazione, cui è seguito un corale “grazie” per aver trasmesso i sentimenti, gli insegnamenti e l’ironia che l’autore aveva accuratamente contemplato nel romanzo.

Come detto, con questo incontro si è concluso il ciclo delle letture 2014-2015, con la speranza di poter riprendere l’attività con il prossimo autunno.

A questo incontro seguirà un altro importante appuntamento, prima della tanto attesa Mostra su "Strumenti e Metodi d'illuminazione, dai Tempi antichi ad oggi" che si terrà dall'8 al 28 agosto nei Locali della nostra Biblioteca Diocesana, per celebrare IL 2015 ANNO INTERNAZIONALE DELLA LUCE E DELLE TECNOLOGIE LEGATE ALLA LUCE.

IL PROSSIMO APPUNTAMENTO quindi,  riguarda LA VISITA GUIDATA A CAVALLINO (LE)  sabato 20 giugno,  per vedere da vicino la realtà presentata nell'Opera dello Scrittore G. Pascali, Il sigillo del Marchese, raccontataci dalla Prof.ssa Bianca Melpignani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mario Luzi

 

25 MARZO 2015 IL FOCOLARE GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA

 

I soci dell’Associazione Amici della Biblioteca Pubblica Diocesana di Ostuni si sono riuniti nell’ambito dell’attività culturale del “Le nostre letture”.

La Prof.ssa Teresa Legrottaglie, Presidente dell’Associazione, ha introdotto il tema della serata che è stato appunto la “Giornata Mondiale della Poesia”. A tal proposito ha messo in evidenza quanto è importante incontrarsi; incontrarsi pur essendo diversi; nell’incontro ognuno deve conservare le proprie caratteristiche; la diversità è ricchezza e incontrarsi non significa unificarsi.

Così la Presidente ha enunciato l’argomento della serata, la cui trattazione è stata affidata alla Prof.ssa Milena D’Amore che ha presentato il mondo poetico di

Mario Luzi

Dove mi porti, mia arte? 
In che paradiso di salute,
di luce e libertà,
arte, per incantesimo mi scorti?

“La poesia è la vita al quadrato. E’ vivere il mondo, il tempo, la presenza umana, la propria incidenza in questo tempo al quadrato; cioè non solo vivere la vita, ma sentire di viverla moltiplicata nella sua consapevolezza, gioia.”

“La poesia è una sfida ferma e coerente alla disumanizzazione del mondo.“

“La poesia è fiore nel deserto; il fiore è la terra, il senso della terra, la luce, il suono della natura, la voce delle creature. Il deserto è il buio della mente, il tempo cancellato, il limite. I miraggi del deserto, i silenzi si trasformano in parole, parole che cercano la luce.”

Parlare di Mario Luzi, poeta plurimo, autore di teatro, saggista, una delle più alte vette della poesia italiana, una fra le voci più alte e limpide della nostra cultura, uno dei poeti più tradotti all’estero non è facile, ma queste sue parole ne riassumono efficacemente l’opera.

Poeta di alta qualità, gentile, raffinato, amabile, conversatore piacevole dall’ironia tipica dei grandi parlava sottovoce con uno strascicato accento toscano. Testimone attento e acuto delle vicende che hanno attraversato il novecento ne rappresenta la terza generazione (1° Ungaretti; 2° Montale; 3° Zanzotto).

Nato alle porte di Firenze, a Castello Fiorentino, il 20 ottobre 1914, all’autunno ha offerto splendidi tributi, così come alla primavera. Nel 1926 è a Rapolano Terme in provincia di Siena; il padre Ciro, impiegato delle ferrovie, è costretto a trasferimenti; Siena è la città della sua adolescenza, della prima formazione, dell’iniziazione all’arte, alla pittura:

“Avevo dodici anni quando vi venni e mi immersi, spaesato ragazzo, nella solarità abbagliante dei suoi marmi e cotti; divenni giorno dopo giorno un adolescente fervido e incantato, smanioso di apprendere. In quei mesi e in quegli anni nacque in me e si sviluppò la passione per l’arte. Nella cornice di Siena tutta la grande civiltà pittorica, scultorea, architettonica italiana si esaltava. Essere a Siena mi esalta . . ., mi ubriaca: Siena è un concentrato di umane sublimità e di estreme follie, una stratificazione di alti disegni della mente umana e di visioni, ma è anche il deserto, il misterioso paesaggio che la circonda”.

Testimonianza di questo amore per Siena è l’opera del 1944 Viaggio terreno e celeste di Simone Martini, forse il suo capolavoro: è il viaggio del ritorno a Siena da Avignone del grande pittore del ‘300 in cui sembra proiettarsi il poeta stesso.

Il poeta come Simone ha scoperto la luce, il più antico dei nomi del Divino.

Fu riconosciuto poeta nel 1940 appena ventiseienne quando era a Firenze, la sua casa, la sua città, dove aveva completato gli studi liceali e si era laureato in lingua e letteratura francese. Così il poeta l’affresca:

“Prima di tutto è casa mia, dove ho conosciuto le prime cose del mondo: la luce, l’ombra, il suono, la pronuncia delle parole, il rapporto tra le parole e le cose. Mi sono costituito interiormente il mito di Firenze, un locus spirituale, mentale, considerandola come un vertice, della nostra lingua, della nostra storia, della nostra cultura. Si pensi al mistero della cupola del Duomo, la sfida di Brunelleschi alla razionalità matematica o alla Divina Commedia, la ragione arrivata agli  estremi e oltre ... Mi piace stare qui, essere qui; ne sono stato sempre fiero, e ne sono voluto diventare degno. Firenze è per me una sorta di mito.”

In Santa Croce una lapide commemorativa lo ricorda tra “le itale gioie”.

Esordisce come poeta negli anni prima della guerra; nel 1935 il battesimo poetico con la raccolta LA BARCA, il libro archetipico della poesia del suo tempo, il simbolo di un viaggio iniziato all’età di vent’anni, “l’emozione di un primo contatto consapevole con la vita”, il sentire della giovinezza per certi aspetti ancora fragile e acero, un poemetto dedicato alla vita, all’avvenire; l’opera già matura di un poeta giovanissimo nel solco dell’ermetismo fiorentino.

Nei versi avverte l’amore forte per la filosofia, un amore che resterà vivo anche nella produzione matura e senile.

Un’atmosfera magica e dolce si respira nei versi Alla vita; c’è la visione della vita nella complessità del mondo inteso come cosmo in divenire, una radice di speranza e di fede, la visione di “una verità che procede/intrepida”, la presenza certa di Dio: ci aspetta un viaggio, amici, una navigazione alla ricerca di se stessi e delle fonti che ci hanno dato origine.

Profondo conoscitore della letteratura francese ha tradotto poeti e letterati come Verlaine e Rimbaud; significativo per la sua formazione il contatto con il gruppo degli ermetici con cui strinse rapporti di amicizia: Bigongiari, Carlo Bo, il salentino Macrì, Gatto.

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale la presenza tragica della guerra si fa nella sua poesia paesaggio cupo e silenzio ossessionante. I versi di UN BRINDISI, della raccolta che porta lo stesso titolo (1940-44), sono la prefigurazione del dramma e della violenza della guerra che mette a soqquadro il falso olimpo in cui molti credono. La guerra con l’odio e a disperazione è disintegrazione, fisica e morale, dell’individuo. Il dramma è reso nei suoi termini universali, non legato a circostanze esterne e non disperso in una cronaca o in una polemica, scarnificato in gesti, in esclamazioni, in visioni, in una tensione di morte.

Alla caduta del fascismo Luzi tentò di redigere per La Nazione un manifesto liberal-socialista, bloccato dalla polizia di Badoglio.

Si è misurato con la storia e la politica dagli anni del fascismo al crollo della prima Repubblica, fino alla nomina a Senatore nel 2004, ricevuta da Ciampi con questa motivazione: “per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo letterario e artistico. Sempre molto ferme e a sinistra le sue posizioni sulla vicenda politica italiana tanto da ricevere insulti dalla destra ex fascista; da non trascurare la posizione antiberlusconiana.

La sua attività di docente si è sviluppata tra i licei e le università di Firenze e di Urbino; numerose le testate per le quali ha scritto a partire da Il Frontespizio e Campo di Marte.

All’indomani della guerra, la sua poesia assume forme più ampie e discorsive e si apre ad una tematica più complessa che riflette i dubbi e le inquietudini dell’uomo contemporaneo: il poeta esplora il mondo e i personaggi reali, si misura con la realtà, propone una riflessione etica e civile, ripensa la situazione politica: Primizie del deserto (1952); Onore del vero (1957); nel Magma (1963, sua musa F. Bacchiega).

La parola poetica è l’unico mezzo con cui poter superare l’incomunicabilità propria dell’uomo contemporaneo; Luzi ha creduto fortemente nella poesia e ha dedicato tutta la vita alla difesa della parola: “la poesia è un’espressione di parole dense di sensi”.

Vola alta la parola, manifesto programmatico, un inno alla parola; dalla raccolta Per il battesimo dei nostri frammenti. In forma di preghiera, il poeta celebra i poteri della parola poetica, capace di illuminare e di rilevare la verità, ma allo stesso tempo esprime i timori legati al rischio di uno svuotarsi di significato, per diventare una fredda astrazione priva del senso e del calore che il soggetto le ha dato, in questo mondo moderno che produce automaticamente e velocemente cose non richieste dall’uomo.

La parola, per dirla con Luzi, è tutto . . . è i Verbo; è il segno primario del divino nell’uomo. Che uno sia credente o no, la parola ha qualcosa di sacro. La parola deve essere luce per chi scrive e per chi legge e non solo bellezza priva di calore; deve illuminare la verità insita nell’animo, l’insieme di speranze e di dolori, di attese e sofferenze. La parola si fa memoria, dà voce all’anima, è vita; è la via per trasmettere ad altri il capitale di sapienza umana acquisito e che consente di progredire.

La storia della poesia è storia della parola.

Profondo il sentimento religioso di questo “poeta cristiano” combattuto tra la ferma convinzione della bontà del credo e il tormento di non poterlo esprimere con parole adeguate e che ha vissuto il Cristianesimo essenzialmente come una via di ricerca, di perfettibilità.

“Io non sono un uomo di Chiesa, ma il cristianesimo è implicito a tutto quello che io ho pensato e scritto. Il cristianesimo l’ho ricevuto primamente da mia madre, un cristianesimo primario che ho poi immerso nei miei studi, fortificandolo, trasportandolo in un orizzonte più vasto: c’è stata una continuità anche quando pareva che non ci fosse, quando mi sono staccato dalla famiglia, dalla stretta esemplarità di mia madre”.

Riconosce come suoi maestri Sant’Agostino, Dante, Racine, Pascal, Mauriac e il cristianesimo lo avvicina alla natura e alla storia, gli elementi dell’una e gli uomini ed eventi della seconda gli si trasfigurano religiosamente e il mondo diventa una foresta di simboli che aprono spiragli su verità metafisiche.

“Non startene nascosto” da Frasi e incisi di un canto popolare è una preghiera, un’invocazione a Dio affinché si manifesti apertamente e non rimanga nascosto dietro segni di difficile interpretazione. Evidente il riferimento al Cristo attraverso cui l’Assoluto si manifesta e si nasconde: l’Incarnazione è infatti il mistero più grande.

Contrasto tra il tempo e l’eternità, fra la vita del soggetto e la vita del tutto, fra l’apparenza fenomenica e l’essenza nascosta sono i motivi che dominano la sua poesia dalle prime raccolte alle ultime.

Il mondo è costruito in modo perfetto secondo un ordine, un progetto universale preciso di cui Dio è il garante, e nel meraviglioso ciclo vitale ogni creatura ha una propria collocazione in un armonico compenetrarsi (Mondo non sono circoscritto in me; Ancora un po’ assonnata) da Sotto specie umana, Il diario di Malagugini, il suo alter ego (anni 90).

Il mondo è Bellezza e Dio è causa della bellezza, che traluce da tutto, che ci incanta, e innalza i pensieri della mente quando questa cala giù a precipizio nello sgomento (Bellezza) da Dottrina dell’estremo principiante (2004).

Nell’esaltazione della vita il poeta non dimentica di approfondire la presenza del dolore, del male, di capire il male, principio che sfugge all’intelligenza umana, di avere un dialogo con Dio. Esiste un progetto, una legge che sovrasta la vita anche quando questa sembra assaltare la sua prole come un’orsa cieca (Perché vita): il dolore e il male sono dei passaggi obbligati, necessari attraverso cui l’uomo si forgia, cresce, arriva ad uno stato di gioia, a Dio. La gioia della vita si perpetua attraverso il dolore e la morte e il prodigio della vita si ripresenta continuamente. La vita è più grande della Storia, di noi, del nostro destino e della sorte della nostra specie.

La vita è una prova, una gara continua; e la poesia può servire a sentirne l’enigma nel suo bene e nel suo male (Bene e male da Dottrina dell’estremo principiante, Non sempre a viso aperto).

L’eterno dolore dell’uomo, dell’esistenza umana, il limite della conoscenza umana sono illuminate dalla luce della speranza.

Figura centrale nell’esistenza e nella produzione di Luzi è la madre, Margherita Papini, donna semplice, figura malinconica, ma serena, ispiratrice del senso religioso della vita, come egli stesso afferma: “ un mondo  di religione contadina ed elementare ma introflesso e pensato e molto intensamente vissuto. Questo mi ha incantato il lei, al di là del grande affetto che ci legava, mi affascinava il suo trasportare tutte le cose in una interiorità che forse la società modesta in cui si viveva allora non sentiva come bisogno primario. Il cristianesimo è stato prima di tutto un’ammirazione e un’imitazione di mia madre”.

“Ero molto innamorato di mia madre, mi piaceva mia madre, tutto quello che faceva mi piaceva, come usava le mani, come sorrideva e quando era triste e questo mi abbatteva molto, io ero molto legato ai suoi sentimenti, si riflettevano molto su di me, mi era impossibile essere allegro quando la vedevo così”.

“Il giusto della vita”, volume che raccoglie l’opera poetica di Luzi dal ’35 al ’57, porta la dedica  ‘Alla memoria della madre’ ed ha in epigrafe un testo del ’51 Parca-Villaggio in cui si realizza l’identificazione tra la madre, custode delle memorie familiari, e la Parca, la divinità, la vecchia donna guardiana del tempo, nella figura femminile che rassicura il poeta sulla sua possibilità di proteggere la continuità fra le generazioni, di cucire il passato con il presente (Parca-Villaggio).

La realtà umile e povera della campagna materna viene cantata dal poeta con la volontà di identificarsi non per i valori religiosi, ma anche per le qualità umane che essa preserva (Amia madre dalla sua vecchia casa, da Onore del vero).

Inno alla maternità è Madre, madre mia da Per il battesimo 1985: è la madre che ci rende esseri molto amati perché sa prenderci, tenerci stretti, accoglierci, ci insegna ad amare. “L’amore aiuta a vivere, e a durare, l’amore annulla e dà principio”.

Le emozioni sofferte per la morte della madre (1959) dettano al poeta meditazioni sulla “inessenzialità dell’esistere” e sull’alternativa della trascendenza cristiana per cui ella è “viva ora più di prima” in Siesta, Dal fondo delle campagne; la sua immagine familiare diviene un punto fisso di speranza e di paragone a cui rivolgersi quando l’angoscia del fluire del tempo è vinta dalla certezza dell’eternità in ”Il duro filamento”.

Il vuoto incolmabile della perdita, la smisurata e irriducibile assenza diventano una presenza acuta: “ la madre che ti dà la vita non muore per nulla, anzi è dentro il futuro”; ”quando mia madre è morta ho sentito che il carico delle sue parole, degli insegnamenti, degli esempi si trasferiva in me, si incarnava nelle mie parole nei gesti nelle azioni. E’ il miracolo che si perpetua della tradizione, del passaggio di mani”.

La madre, come tutte le figure femminili, la donna, la Madonna, la natura, l’arte, simbolo della continuità dell’esistenza, è una presenza viva e costante, dialoga con il poeta sia in vita, proiettata nel futuro come ‘ombra’ sia quando scomparsa è “viva più di prima”.

La madre, sua madre, da persona concreta e reale diviene figura altamente poetica . . . immortale. Il poeta amato dai giovani e meno giovani per il suo impegno civile ed etico ha prodotto poesie indimenticabili sulla donna, sulla nostra bandiera, contro la pena di morte, sul conflitto in Medio Oriente, sulle Torri Gemelle, sulla guerra su tutte le guerre; opere per il teatro come Ipazia (1971), interpretata da Ilaria Occhini; Rosales (1983)da Giorgio Albertazzi, Histrio (Trilogia del potere). Pagine splendide, in cui il poeta riflette sul mistero del male, sono quelle de “Il fiore del dolore”, scritte nel 2003 in occasione della morte, per mano della mafia, di don Puglisi difensore della fraternità, della giustizia, del cristianesimo.

Un inno alla pace i versi scritti dopo l’attentato a Firenze all’Accademia dei Georgofili nella notte tra il 26 e il 27 maggio 1993. Firenze è ferita e bagnata di sangue per l’esplosione di mano mafiosa e i monaci di San Miniato al Monte chiedono a Luzi di unire alla loro preghiera la sua voce poetica, e questi compone una celeste invocazione: Sia detto per te, Firenze; versi di grande forza che furono letti in aula durante il processo per le stragi.

Nel 2001 l’attentato alle Torri Gemelle, e la voce del poeta si alza per invitare tutti a dimettere la propria alterigia e a garantire la pace. Le torri un giorno risorgeranno non più come simbolo di ricchezza, di potere, ma segnacoli di pace e luoghi di preghiera. Lo scempio delle due torri ci colpisce per la sua ferocia, dice Luzi, ma occorre alzare la voce per i milioni di morti innocenti, e per le grandi ingiustizie che traboccano, travalicano ogni limite e infrangono le regole: ‘Dimettete la vostra alterigia’.

Un inno all’amore i versi de “La giovane Ebrea al suo amato musulmano”: Luzi inventa uno struggente dialogo tra due giovani innamorati:


C’è una pozza di sangue tra te e me
Mio dio, chi l’ha versato?
Chiunque sia stato,
Caro, è sangue sprecato
Ma io so che l’amore
Mio, se mi aprirai le braccia,
Potrà vederlo asciugato.
Vieni, non tardare.

 

Il dialogo nasce dal bisogno di cercare in Palestina una pacifica convivenza. Il sangue che bagna continuamente queste terre è sangue sprecato e può essere asciugato solo aprendo le braccia del dialogo.

I versi per i drammatici scontri in Palestina: Madre araba che vede cadere le bombe e piange il figlio perseguitato; La madre ebrea che vive tra attentati, violenze e sangue; La passione dei nuovi Romeo e Giulietta a Gerusalemme sono stati cantati da L. Bertè in uno spettacolo allestito da C. Fracci.
Un inno alla fede, un’invocazione, una preghiera è La passione, via Crucis al Colosseo. Il testo per le meditazioni venne richiesto al poeta per la Via Crucis della Pasqua del 1999 da Giovanni Paolo II.

In un interrotto monologo Gesù, unico agonista, nella tribolazione della Via Crucis confida al padre la sua angoscia, i suoi pensieri dibattuti tra il divino e l’umano, la sua affiliazione. La qualità del monologo è il senso dell’umano: accanto alla storia prendono spazio il pensiero, la paura, le angosce, la preghiera. Cristo nella sua sofferenza e nell’aver accettato dalle mani del Padre la prova della morte appare solidale con l’uomo, e il cammino degli uomini perpetua il cammino di Cristo, fatto uomo e dagli uomini messo in Croce.

La sua Passione è progressione dolorosa al ricongiungimento con il Padre e cammino mortale verso la Resurrezione.

Per quanto riguarda lo stile si passa nel suo itinerario poetico da una metrica tradizionale e da un lessico e sintassi largamente debitori della tradizione letteraria italiana ed europea ad una “poesia prosastica” dai versi lunghi e irregolari, dal lessico aperto ai registri della conversazione quotidiana; in alcune liriche la metrica ricorda da vicino le preghiere e le litanie. “La preghiera comincia dove finisce la poesia, quando la parola non serve più e occorre un linguaggio altro”.

Credere nella poesia per Luzi è stato credere nella continuità della creazione, a un movimento naturale che non si arresta, a cui è impossibile sottrarsi.

Chiudiamo con il verso misterioso inciso sullo schienale della sua “panchina vuota” dinnanzi allo scenario della Valdorcia, a Pienza, il luogo della quiete e del suo riposo estivo per più di trenta anni:

“Lo sfolgorio d’oro dei platani s’inciela”,

come emblema della sua poesia, la poesia della solitudine, dell’attesa, della vertigine.

A conclusione della relazione sono seguiti interventi di apprezzamento per la puntualità e la ricchezza di argomentazioni con cui la Prof.ssa D’Amore ha presentato il suo lavoro.

 

 

 

 


 

 

Marguerite

 

Il giorno 11 marzo 2015, alle ore 16,30, “ l’Associazione Amici della Biblioteca Pubblica Diocesana di Ostuni” ha riunito i soci nell’ambito dell’attività culturale della rassegna de “Le nostre letture”.

La Prof.ssa Teresa Legrottaglie, Presidente dell’Associazione, ha dato inizio ai lavori, citando il Prof. Giovanni Grandi, docente presso l’Università di Padova, il quale afferma:  “Essere connessi sembra sia il grande imperativo dell’era digitale: uscire dalla rete, sia pure temporaneamente, è un po’ come perdere pezzi di vita. In quest’ansia di collegamento si riflettono desideri di sempre: essere riconosciuti, potersi incontrare…comunicare e condividere”.

Se incontrarsi è fondamentale, nel nostro tempo è molto facile “aggregarsi intorno al NO” e invece noi vorremmo creare spazi per “costruire il NOI”.

Continuando, la Presidente ha ricordato Giorgio Gaber per il quale “L’appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme. L’appartenenza è avere gli altri dentro di sé. Sarei certo di cambiare la mia vita, se potessi cominciare a dire NOI”.

Con l’augurio di vivere i nostri incontri in un clima di profonda partecipazione e condivisione, la Presidente ha passato la parola all’Ins. Germana Quartulli che ha presentato il romanzo di Sandra Petrignani

“Marguerite”

La relatrice ha messo subito in evidenza l’importanza dello stare insieme ed ha precisato che l’incontro è positivo quando porta all’inclusione; invece lo scontro porta all’esclusione.

Quindi la stessa ha iniziato a parlare di Marguerite Duras (Saigon 04.04.1914 – Parigi 03.03.1996) che è stata scrittrice, sceneggiatrice e regista. La relatrice ha poi illustrato la storia di Nenè, così Marguerite veniva chiamata durante l’infanzia, con estrema precisione e competenza, intervallata da letture di brani del romanzo, lette dall’Ins. Laura Geri. Molto apprezzabile la comunicazione non solo nei fatti e negli avvenimenti, ma soprattutto nel presentarci gli stati d’animo ed i sentimenti della protagonista che aveva avuto una esperienza di vita unica, intessuta fra il colonialismo francese in Indocina, fra Resistenza in Francia ed il partito comunista francese cui prima aderì, poi si ribellò e infine fu espulsa.

Sandra Petrignani, autrice del libro, ha  ricostruito la storia della vita della Duras attraverso gli scritti e con la visita dei luoghi vissuti dalla stessa, sia in Indocina che in Francia. La capacità dell’Ins. Quartulli di far rivivere al pubblico presente diversi momenti di sregolatezza della vita di Nenè ed i sentimenti di amore che ha sempre avuto verso i più deboli sono stati i punti di forza della serata.

Gli spunti di riflessione del Dr. Enrico Ciola che ha invitato tutti ad un profondo sguardo introspettivo, hanno dato vita ad una vivace conversazione in cui ognuno dei presenti ha espresso il proprio pensiero, approvando ed integrando quanto man mano veniva comunicato. Una serata davvero bella e ricca di proposte interessanti.

 

 

 


 

 

Il sigillo del Marchese

Dopo le feste di fine anno, mercoledì 11 febbraio 2015, alle ore 16,30, presso “Il Focolare”, l’Associazione Amici della Biblioteca Pubblica Diocesana di Ostuni ha ripreso l’attività culturale con la rassegna de “Le nostre letture”.

Il saluto della Prof.ssa Teresa Legrottaglie, presidente dell’Associazione, ha dato inizio all’incontro letterario.

La Prof.ssa Bianca MELPIGNANI ha presentato il romanzo di Giuseppe Pascali

“Il sigillo del Marchese”

La stessa ha iniziato con alcune citazioni di Victor Hugo quale elogio dell’arte letteraria: “I popoli si valutano dalla loro letteratura”; “Le scuole sono i punti luce dell’umanità”; “La letteratura batte l’odio”.

Poi la Prof.ssa Melpignani ha raccontato il romanzo storico “Il sigillo del Marchese” , storia vera di Cavallino (LE) accaduta nel 1600.

Dire che la Prof.ssa ha raccontato è riduttivo, perché è più verosimile dire che grazie alla sua capacità di comunicare ci ha fatto vivere i luoghi, le scene e i personaggi del romanzo, tenendo sempre alta l’attenzione degli oltre 50 intervenuti.

 

 

 


 

Raccontiamo le nostre letture anno sociale 2009-2010