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Le parole di Dante

Mi piace iniziare con una riflessione di Francesco Fioretti che, dopo anni di studi e di riletture febbrili, ha riscritto la Divina Commedia presentandola ai lettori come un romanzo contemporaneo “La selva oscura. Grande romanzo dell’Inferno”. Rizzoli.

Fioretti dice:

“Nei periodi di crisi, di riconquista di valori perduti ed essenziali, per ricostruire una fiducia nel futuro, Dante torna al centro dell’attenzione. Accade sin dalla fine del ‘300, è successo nel ‘700 e con il Risorgimento, e ritorna oggi, quando il suo cammino ha più senso che mai”.

Anche Giulio Ferroni, uno dei più noti accademici italiani, grande studioso di Dante e autore de “L’Italia di Dante. Viaggio nel paese della Commedia”, per presentare questo suo libro sta facendo un viaggio dantesco. Per quanto riguarda il nostro Sud, Ferroni ci dice che Dante è arrivato forse fino a Napoli, sicuramente fino a Montecassino. Anche senza esserci stato, era però molto informato sul Sud e sulla Sicilia. Stimava molto Federico II, e ha parlato anche di Manfredi e di Corradino, ha nominato poco la Puglia, ma non l’ha trascurata.

Indimenticabile l’accenno a “quel corno d’Ausonia che si imborga di Bari e di Gaeta e di Catona”, per indicare il Regno di Napoli, e le citazioni di Brindisi e di Canne.

Il regista Pupi Avati, dopo 18 anni di attesa, realizza il sogno di girare un film su Dante. Sergio Castellitto sarà Giovanni Boccaccio, incaricato di portare 10 fiorini d’oro come risarcimento simbolico a suor Beatrice, figlia di Dante, monaca a Ravenna nel monastero di Santo Stefano degli Ulivi. E poi incontrerà chi lo accolse e chi lo respinse, sostando negli stessi conventi, negli stessi borghi, negli stessi castelli, nelle stesse biblioteche, ponendo domande e ottenendo risposte e ricostruendo così la vicenda umana di Dante, fino a poterci narrare la sua intera storia.

E in una recente intervista Pupi Avati dice:

“Nessuno riesce a immaginare il successo che ebbe l’Inferno quando uscì a Firenze. Fu un best seller che portò molte famiglie a riconoscersi come sodomiti o assassini. Lui mise alla berlina persone ancora vive. Un coraggio estremo il suo: pur potendo essere perdonato con un atto di umiltà, non volle rientrare a Firenze dove rischiava il rogo insieme ai suoi figli maschi. Non solo. Pochi sanno che gli ultimi 13 Canti del Paradiso furono trovati nascosti nella cucina otto mesi dopo la sua morte. Li aveva fatti sparire perché attaccavano il Papa”.

Tra le altre innumerevoli iniziative di questo periodo non si può non segnalare “Una parola di Dante al giorno per tutto il 2021”. In occasione della ricorrenza dei 700 anni dalla morte del Poeta, l’Accademia della Crusca sta pubblicando, infatti, 365 schede dedicate alla sua opera: affacci essenziali sul lessico e sullo stile del Poeta, con brevi note di accompagnamento.” La parola di Dante fresca di giornata” è un’occasione per ricordare, rileggere, ma anche scoprire e approfondire la grande eredità linguistica lasciata da Dante. L’ottanta per cento delle più o meno duemila parole che usiamo comunemente ci vengono da Lui.

Ed è bello ricordare anche la fioritura di libri e di albi riccamente illustrati per i più piccoli sulla vita del Sommo Poeta e sui personaggi della Commedia, soprattutto su quelli che campeggiano nell’Inferno.

E veniamo alle parole di Dante.

“Nel mezzo del cammin di nostra vita…”, fin dal primo verso la Commedia non ci porta a registrare neologismi, cultismo, lessico raro, ma ci pone di fronte a un termine comune, vita, vivo dalla latinità fino all’epoca moderna. Per quanto riguarda la durata della vita, Dante non la misura con la media statistica, come noi, ma pensa ad Aristotele e soprattutto a Cristo, che è morto a 33 anni, perché la vita per il Poeta è come una parabola e il trentacinquesimo anno segna il punto più elevato della curva, il sommo, e poi comincia la decadenza.

Siamo all’inizio del viaggio salvifico di Dante, che, secondo l’ipotesi più accreditata, prende l’avvio il 25 marzo del 1300.

E proseguiamo con le parole degli affetti, della famiglia, della vita di tutti i giorni.

Babbo e mamma per Dante sono gli appellativi per indicare i genitori nella lingua infantile, nello stile familiare e giocoso. Nel Purgatorio Stazio definisce mamma l’Eneide virgiliana, fonte di ispirazione per lui e per lo stesso Dante. Nell’italiano odierno la lotta, tra il toscano babbo e il francesismo papà, sembrerebbe perduta per babbo, ma per ogni bambino toscano o sardo che dice papà c’è un babbo che soffre.

Nato. Non conosciamo il giorno esatto della nascita di Dante, tra maggio e giugno 1265, ma quello del suo battesimo sì, il 26 marzo 1266, nel Battistero di Firenze, a Lui molto caro, lo definisce “il mio bel San Giovanni”; lì Egli sperava, per” l’arte, il bello stilo e il sacrato poema”, di essere incoronato poeta se fosse un giorno tornato in patria, perché l’impegno culturale e letterario è un lavoro, anzi un grande lavoro e Dante può sognare come ricompensa l’alloro poetico. Non è stato così, ma nel Battistero ideale della poesia è stato certamente incoronato da ogni suo lettore.

Donna è parola molto usata da Dante sia col senso antico che aveva nel latino, sia con il senso moderno da “Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia…” a “Donna, sei tanto grande e tanto vali…”.

Viro ha perso la battaglia con homo, uomo, è rimasto solo nei derivati, virile, virilità ecc. e nell’espressione probiviri.

Una curiosità: barba, per Dante non è l’onor del mento dell’uomo, ma, come in molti dialetti italo-romanzi settentrionali, è usato per zio.

Bella persona, Dante la usa in senso fisico, per corpo (canto V dell’Inferno, Francesca da Rimini), per noi oggi invece l’espressione si riferisce a chi ha doti morali di generosità, di lealtà….

Amor. Ugo Foscolo del passo di Francesca disse:” Ecco una sublime storia d’amore di fronte alla quale l’Inferno stesso sembra sparire. Restano solo Paolo e Francesca con il loro grande amore: la parola chiave “amor” viene scandita impressivamente per 3 volte, con forte anafora, all’inizio di tre terzine”.

Nuca, voce di origine araba, attestata in italiano a partire dalla Commedia.

Perizoma, è la più antica attestazione della parola, è un grecismo, etimologicamente, che cinge intorno, e indica la fascia o veste corta anticamente portata intorno ai fianchi da atleti o da frequentatori delle terme.

Scoglio, presente più volte nell’Inferno come arcata di pietra o roccia marina, è forse un ligurismo.

Sciorinare, verbo di incerta etimologia, vale stendere i panni all’aria e quindi, oggi, esporre ed elencare in modo prolisso ed enfatico.

Eclissi, (anticamente ecclissi), dal latino eclipsis, sparizione, il termine, già apparso nel 1282 (nella Composizione del mondo di Restoro di Arezzo), per la prima volta usato da Dante in un testo in volgare e posto in relazione con la morte di Cristo, anche se, secondo la tradizione evangelica, essendo stata vista in tutta la terra, non si trattò di un’eclissi, ma di un oscuramento del sole voluto da Dio. Sarà comunque la Commedia a dare a questo termine forza di penetrazione.

Libertà o libertate, parola mai usata nell’Inferno. Usata nel Purgatorio per Catone, che, pur essendo un pagano e per di più morto suicida, per motivi etici, però, per Dante è simbolo della morale cristiana.

Luce, il Poeta usa molte volte la parola luce nell’Inferno, nel Purgatorio e soprattutto nel Paradiso. Usa anche il verbo lucere, che ormai è parola arcaica, letteraria, ma vive in certi dialetti, ad esempio nel napoletano, nella canzone ”Fenesta ca lucive e mo non luce” e nel nostro ”Ste ’ llucesce” I lucescute” “Lucescinne prevedinne”.

C’è anche il pepe, il burro, che però Dante usa in senso figurato per indicare non la morbidezza, ma il colore: le penne dell’oca sono per lui più bianche del burro.

Non mancano neppure le teglie e le striglie, le spazzole, ma con il ghi, tegghie, stregghie, che solo nel quattro-cinquecento verrà sostituito dal gli.

E c’è il pane, con pasto e pastore, derivato dalla comune radice di pascere, nutrire.

C’è pure la fame, purtroppo, vocabolo fondamentale della lingua italiana, attestato già dalla fine del XIII secolo, derivato dal latino famem, fame, avidità, miseria, carestia.

E ci sono le anguille del lago di Bolsena, che piacevano tanto al goloso Martino V, e la vernaccia, un particolare tipo di vino bianco, il cui nome deriva dal toponimo Vernazza, località ligure delle Cinque Terre, in cui ebbe origine la coltivazione del vitigno, diffusa anche in Toscana; la sostituzione di azza con accia si può considerare una sorta di adattamento alla fonetica toscana.

E passiamo alle espressioni inventate da Dante che spesso usiamo senza saperlo. Come dicono gli inglesi,” gli italiani quando parlano dicono poesie”. Esagerano, ma non troppo: il linguaggio comune che si usa tutti i giorni è pieno di modi di dire, frasi fatte, che sono, in realtà, citazioni e versi rubati alla Divina Commedia. Poesia pura.

Stai fresco. Siamo nel lago infernale di Cocito. Lì “i peccatori stanno freschi”, immersi del tutto o quasi (a seconda della gravità del peccato) nel ghiaccio. Da lì in poi si è usato per indicare, per fortuna, situazioni un po’ meno tragiche.

Inurbarsi. Ormai è quasi vocabolo tecnico per urbanisti, storici e architetti. E invece fa parte di quella schiera infinita di neologismi danteschi fatti con prefisso in. Come indiarsi, diventare Dio, immillarsi, moltiplicarsi per migliaia, ingemmarsi, adornarsi luminosamente, imparadisare, innalzare al Paradiso, incielare, mettere in cielo, inanellare, mettere l’anello, la fede nuziale, sposare. Non vale per internarsi, che non c’entra nulla con l’ingresso nei manicomi, ma con il diventare una terna, cioè una forma di trinità.

Galeotto fu… Si è del tutto persa la percezione che galeotto in origine fosse un nome proprio, per cui si dovrebbe scrivere con la maiuscola.  Era la trascrizione di Galehault, personaggio che favorì l’amore fra Lancillotto e Ginevra. Il libro ebbe la stessa funzione di Galeotto, cioè spinse i due amanti, Paolo e Francesca, l’uno nelle braccia dell’altro. Sarebbe anche uno slogan efficace per qualche campagna a favore della lettura, non fosse che, da quel giorno, i due smisero di leggere.

Il gran rifiuto. Se ne è parlato quando papa Ratzinger ha deciso di dimettersi: un nuovo gran rifiuto. Celestino V, per viltà, dopo solo qualche mese, si dimise e aprì la strada a Bonifacio VIII, responsabile dell’esilio di Dante da Firenze. Per vendicarsi Dante lo colloca all’Inferno addirittura in anticipo rispetto alla morte.

Il Bel Paese. È l’Italia il “bel Paese dove il sì suona”.  L’espressione è stata ripresa da Petrarca e alla fine dell’800 da Antonio Stoppani che così intitolò un suo libro molto fortunato. Un produttore di formaggi lombardo sfruttò questo successo dando lo stesso nome a un tipico formaggio molle che sull’etichetta della confezione recava il profilo geografico dell’Italia e il ritratto di Stoppani.

Il nome Italia ricorre ben 11 volte nella Commedia. Dante non era certo arrivato a un’idea di Nazione italiana come l’abbiamo noi e come la ebbero gli uomini del Risorgimento, ma aveva ben chiara l’identità comune che univa e unisce tuttora gli abitanti della Terra dove” il sì suona”.

Il ben dell’intelletto. Lo usa Virgilio di fronte alla porta dell’Inferno per indicare i dannati che hanno perso la possibilità di incontrare Dio. Nell’italiano di oggi l’espressione è usata laicamente per indicare la pienezza della razionalità umana nella sua completezza appagante.

Color che son sospesi. Virgilio lo dice di sé e del suo essere nel Limbo. Ci si riferisce in tal modo a uno stato di incertezza e di attesa.

Dolenti note. Ormai nell’uso comune per intendere fatti, circostanze, argomenti spiacevoli.

Lasciate ogni speranza…, incisa sulla porta dell’Inferno. Nell’italiano contemporaneo connota situazioni estreme di difficoltà o di pericolo.

Molesto. Dal latino moles, peso, fardello, questo termine è usato, fra l’altro, da Cacciaguida per annunciare al Poeta il triste futuro che lo attende. Anche in questo caso la parola era già in uso, ma fu certamente il Poeta a decretarne la diffusione capillare, come per mesto, dal latino maestus, participio passato del verbo maerere, essere addolorato.

Tetragono, capace di resistere agli urti della sfortuna. Una parola della geometria mirabilmente promossa alla morale.

Degno di nota. Costruita da Dante sul modello di altre analoghe espressioni già attestate: degno di lode, di pena, di gloria, d’onore… È il primo esempio in cui la parola nota assume il senso figurato di traccia lasciata nella memoria (e non nell’appunto scritto) di qualcosa che suscita curiosità e interesse.

Quisquilia. Altro termine latino traducibile con rifiuti, immondezze e con il significato di bazzecola, inezia, piccolezza. Sebbene l’uso sia attestato già nel 1221, è ancora una volta Dante a diffonderne il significato moderno, così come lo conosciamo oggi. Beatrice cancella dagli occhi di Dante ogni impurità ”col raggio d’i suoi”, facendogli riacquistare la capacità visiva.

Cosa fatta capo ha. In Dante si trova l’inverso Capo ha cosa fatta. Secondo la leggenda dell’epoca, la frase venne pronunciata da Mosca dei Lamberti per indurre la famiglia degli Amidei a vendicarsi di Buondelmonte per un affronto di tipo matrimoniale. Lo scontro fu molto grave perché portò alla sanguinosissima divisione, nella città, fra Guelfi e Ghibellini.

 Fertile. Un aggettivo oggi diffusissimo, ma che nel ‘300 non era ancora entrato nell’uso comune. Dal verbo latino ferre, portare, produrre, Dante lo utilizza nel canto di San Francesco (XI del Paradiso) e la “fertile costa” (v.45) descritta dal Poeta, è il luogo dove nacque il Santo.

Senza infamia e senza lode, anzi lodo, per questioni di rima, è riferita agli ignavi che per Dante sono talmente degni di disprezzo che non vuole nemmeno prenderli in considerazione e a Virgilio fa dire

Non ragioniam di loro, ma guarda e passa.

Fa tremar le vene e i polsi. Dante incontra una lupa molto pericolosa che lo spaventa a morte. Per fortuna a salvarlo arriva Virgilio. Noi ci serviamo dell’espressione in situazioni spaventose o quando dobbiamo affrontare compiti molto gravosi e difficili.

Non mi tange. Non mi importa, non mi interessa. Si usa in frasi scherzose. Come al solito, in origine di scherzoso non c’era niente. Beatrice è appena scesa dal Paradiso nel Limbo, per ordinare a Virgilio di andare a salvare Dante. Il poeta latino è incuriosito: come fa una come lei a venire fin quasi all’Inferno e non soffrirne?. Semplice: è “resa in modo tale da Dio da non sentire la miseria, cioè la condizione del peccatore”. Il male non la tocca, o meglio, non la tange.

Gabbo/gabbare. La parola deriva dal francese antico gaber, tratto a sua volta dall’antico nordico gabb, scherzo, beffa. Il verbo è già presente nella lingua sin dai primi anni del XIII secolo con il significato di ingannare, prendersi gioco; anche se la fortuna del termine, insieme al sostantivo gabbo, è certamente attribuibile a Dante. Si pensi, ad esempio, al celebre proverbio “fatta la grazia, finita la festa, gabbato lo santo”.

Masnada, dal latino parlato mansionatam, erano i servi di casa o gli uomini armati del signore feudale o la compagnia di ventura, poi circoscritto alle armi, infine usato con valore dispregiativo.

Bordone: In origine parte di strumento musicale (canna della cornamusa), quindi accompagnamento di una melodia con un suono continuo, poi ha assunto una accezione peggiorativa nel senso figurato di accompagnare, aiutare qualcuno in un’impresa, non esattamente edificante.

Garrire: Per noi oggi, come già in Petrarca, è lo stridio delle rondini, in passato, e anche in Dante, significava anche rimproverare, rimordere.

Contingenza: Ne parlano San Tommaso e Cacciaguida, riferendosi alle cose terrene, materiali, accidentali, corruttibili, non necessarie. Oggi, in economia, è parte variabile delle retribuzioni legata al costo della vita.

Caligine: L’offuscamento che acceca la mente, il peccato, soprattutto il peccato di superbia.

Il pronome tu è di uso generale nella Commedia. Dante ricorre al voi di cortesia per Brunetto Latini, il suo maestro, per Cacciaguida, il suo avo, e per Beatrice, il suo tutto, e critica l’abitudine della Roma del suo tempo di dare del tu a tutti. Un’abitudine che, da almeno un cinquantennio, si va sempre più espandendo nell’italiano di oggi, con buona pace di Dante.

E chiudiamo con il compito delle vacanze che ci ha dato il professore Sabatini, accademico della Crusca, per mesi ospite di una trasmissione televisiva come esperto di italiano e di Dante.

Ci ha consigliato di ripassare i versi della Commedia imparati a scuola o di memorizzarne altri, non badando solo al significato delle parole, ma ponendo attenzione anche al ritmo, soprattutto di quei versi che racchiudono un mondo, come i versi finali delle tre Cantiche: “e quindi uscimmo a riveder le stelle” (Inferno); “puro, e disposto a salire a le stelle” (Purgatorio); “l’Amor che mosse il sole e l’altre stelle” (Paradiso).

Ostuni, 8 luglio 2021.                   Caterina Baccaro